di
Tommaso Fattori
da
Carta n.35/2008
Fascismo naturale e berlusconismo.
Il "fascismo storico" è un evento non più riproducibile: quella
società e quel mondo - le sue condizioni e il suo contesto - sono
mutati enormemente. Ma ciò non basta a rallegrarci e tantomeno a
rendere la storia orientata verso il meglio. Allo stesso tempo ci sono
permanenze profonde, elementi che attraversano il mutamento
antropologico avvenuto nel corso del secolo breve: quell'indole
nazionale che Luigi Pintor definì il "fascismo naturale" persistente
nella società italiana. C'è qualcosa che rende fascismo, craxismo e
berlusconismo capitoli diversi di una medesima autobiografia nazionale
e non il succedersi -altrimenti inspiegabile- di parentesi in un
discorso privo di frasi principali.
Dietro il nuovo "ressentiment" dei salvati nei confronti dei sommersi
- in primis gli immigrati- dietro la paura di perdere privilegi
acquisiti all'interno di un mondo strutturato su diseguaglianze
ritenute inevitabili, resta fermo, al fondo, un elemento di fascismo
naturale: il gusto per la sopraffazione attraverso il potere e il
denaro. A ciò si è mescolato, a partire dagli anni ottanta, il trionfo
del modello acquisitivo individuale. E così la maggioranza degli
italiani ha votato Berlusconi non malgrado il conflitto d'interessi,
ma grazie al conflitto d'interessi; così una giovane studentessa ha
potuto scrivere nel giornale della scuola "sì, ha usato il potere per
arricchirsi personalmente: ma chi al suo posto non avrebbe fatto lo
stesso?".
Il fascismo, nel contrapporre a "Liberté, Egalité e Fraternité" i
principi "Dio, Patria e Famiglia" mostrava il suo fondo
tradizionalista, religioso e antimoderno. Il berlusconismo è qualcosa
d'innovativo, in grado di coniugare questi elementi arcaici a fenomeni
di modernità volgare. I programmi con cui Mediaset ha fatto la sua
fortuna ne sono uno stupefacente condensato. E alla tradizione
antiamericana della destra fascista si è sostituita la rivendicazione
della tradizione occidentale e dello scontro di civiltà, elemento che
connette gli elettori di Bush e di Berlusconi.
Dal partito unico al sistema unico.
Di certo è rintracciabile una declinazione tipicamente italiana di
quel processo globale la cui direzione è la postdemocrazia, secondo la
fortunata definizione di Crouch. Ma è davvero tutta farina del sacco
della destra? In Italia la cultura postdemocratica è stata coltivata
dalla destra berlusconiana ma anche dalla galassia confluita nel
Partito Democratico. Aziende che si fanno partiti e partiti che si
fanno aziende, senza più iscritti (come il PD, appunto): corporazioni
di imprenditori del mercato politico. Forza Italia, partito di cui non
si ricorda un congresso degno di questo nome nè un vero dibattito
interno, ha il merito d'aver aperto la strada. Dunque non un partito
unico, ma un sistema unico sì, sempre più protetto da qualsivoglia
controllo diretto degli elettori, garante di nuove sovrapposizioni fra
Res Publica e poteri privati. Un sistema che, escludendo la sinistra
dal Parlamento, è stato capace di scaricare quel pezzo di corporazione
meno assimilabile e integrabile.
Ma questa privatizzazione della politica e di ogni spazio pubblico
(per non dire della privatizzazione di beni comuni e servizi
fondamentali, dove il modello delle Spa e delle Multiutility è ancora
una volta bipartisan, scusate il termine) è andata di pari passo con
la "comune" costruzione di una nuova memoria pubblica, della quale
l'antifascismo non doveva più far parte. L'antifascismo è stato visto
come un ostacolo alla modernizzazione del paese (a ragione,
considerati i tratti di questa modernizzazione). Un'operazione
intellettuale pronta a risolversi in operazione politica. Non per caso
la Bicamerale mostrò subito come la Costituzione - nata
dall'antifascismo- fosse un impaccio di cui liberarsi almeno in parte.
Il Sindaco e la storia.
Pure i propugnatori di questa operazione culturale non stanno
necessariamente a destra. Persino quando si tratta della
rivalutazione del fascismo storico. La considerazione delle "ragioni
dei ragazzi di Salò" iniziò con l'ineffabile Violante e arriva alle
recenti parole del ministro della difesa, stupefacentemente
pronunciate in occasione dell'otto settembre. Nel frattempo resta
diffuso nel paese l'immaginario di un fascismo bonario. Pochi nostri
concittadini sanno dell'uso dei gas nelle guerre coloniali. Ancora
meno sanno che i militari italiani hanno sterminato un migliaio di
persone, fra cui donne e bambini, bruciandole vive nella grotta in cui
si erano rifugiate. Una scoperta - fatta dallo storico Dominioni- che
sulla stampa nazionale fu un'autentica meteora; il Corriere della
Sera, tra l'altro, titolò: "Le foibe italiane in Africa". Le foibe?
Se la coscienza civile tedesca, a partire dal tanto vituperato
sessantotto, iniziò a fare i conti con il nazismo, in Italia persiste
un rapporto spensierato con il passato, fatto ancora di miti e
leggende, di "italiani brava gente". Le leggi razziali del trentotto?
Un tributo dovuto all'alleato nazista, qualcosa di estraneo al
fascismo. Eppure quelle leggi non solo furono precedute dal censimento
razzista degli ebrei italiani ma anche dai crimini e dal sistematico
razzismo nelle colonie, compresa l'obliata legge contro il madamato
per impedire l'imbastadimento del puro sangue italiano. La rimozione
del nostro recente passato - si sfoglino i libri di testo delle scuole
superiori - significa che quando un sindaco sgombera un campo Rom non
vede nè può vedere alcuna relazione con il razzismo coloniale, nè con
le leggi razziali. Le azioni del presente sono come sospese nel nulla.
Così oggi possiamo ripartire da zero, o meglio, da tolleranza zero.
Complici i giornali, che aiutano a costruire il terribile pericolo
urbano incarnato dai lavavetri ai semafori ma minimizzano la bomba
molotov lanciata contro una macchina di Rom nei dintorni di Firenze,
definendola "una bravata".
Anomalie italiane in "anomie" globali.
Sarebbe sbagliato ignorare le anomalie italiane, derubricare le
differenze specifiche o, peggio, sottovalutare i caratteri estremi
della via italiana alla postdemocrazia planetaria. La destra
berlusconiana è una campionessa di estremismo postdemocratico: al
decisionismo e alla personalizzazione del potere, al dispregio per
l'universalità dei diritti e delle funzioni di controllo del potere,
ha sommato la ripetuta fabbricazione di leggi ad personam e ha reso
pacifica la condizione di un presidente del consiglio che domina
televisioni pubbliche e private. In questo senso è illuminante la
grande metafora del "comunismo", mattone del lessico della destra. Con
audace slittamento semantico questa parola denota, in senso
complessivo, ogni idea di limite al potere o più popolarmente di
limite al "far ciò che si vuole"; il comunismo rappresenta le tasse,
le leggi, talvolta la Costituzione, che è addirittura "sovietica"
secondo una dimenticata definizione dello stesso Berlusconi. Perciò
era comunista il democristiano Scalfaro e lo è la magistratura, che
limita il sovrano nella sua potestà assoluta.
Tuttavia la crisi dei "fondamentali" della democrazia costituzionale
non è solo italiana. Questa crisi ha condotto al superamento
funzionale del principio basilare della divisione dei poteri nel
continente in cui il principio è nato: il Parlamento europeo è poco
più di una camera di consultazione e il Consiglio d'Europa –composto
dagli esecutivi- legifera. Il trattato di Lisbona, poi, prevede una
Commissione che assommerà ancora di più potere esecutivo e
legislativo, come se nulla fosse. D'altra parte in molti teorizzano la
necessità di un'efficace governance postparlamentare. C'è infine da
considerare il ciclo contemporaneo di guerre preventive d'aggressione
scatenato dagli Stati Uniti, che hanno così polverizzato il fondamento
della Carta delle Nazioni Unite. In altri termini, l'eversione
costituzionale è un tratto generale del nostro tempo e non solo uno
spiacevole incidente italiano.
Lo stesso si può dire a proposito dello scricchiolio costituzionale
dei vecchi Stati nazione. Dalle torture di Bolzaneto a quelle
istituzionalizzate di Guantanamo, spazi situati al di là dei diritti
costituzionali, assieme ai tribunali speciali antiterrorismo. Cosa è
complessivamente il Patriot Act? Quale imbarbarimento culturale ha
potuto spingere il (post)liberal Panebianco - sul Corriere della Sera
un paio d'anni fa- a riconsiderare le ragioni dei rapimenti di stato e
delle torture al fine di prevenire mali peggiori, come gli attentati
terroristici?
Il nostro governo prende le impronte ai Rom; Zapatero ha fatto sparare
sui migranti nelle "sue" terre africane; l'intera Europa assassina
ogni anno migliaia di persone con la militarizzazione delle frontiere,
in gran parte ipocritamente esternalizzata (vedi accordi con la
Libia). Le politiche sull'immigrazione dell'UE hanno il solo effetto
di rendere piu' mortali e tortuosi i tragitti di chi comunque cercherà
di emigrare, trasformando il Mediterraneo nella più grande fossa
comune del continente dopo la seconda guerra mondiale. Il tutto per
volontà di governi costituzionali, il tutto nell' indifferenza
dell'opinione pubblica.
E' vero, in Italia s'afferma più nettamente che altrove il principio
secondo cui chi vince le elezioni avrebbe un mandato assoluto del
popolo, che lo legittimerebbe a far ciò che vuole. Le Costituzioni, al
contrario, sono un sistema di limiti e obblighi al potere della
maggioranza: la loro ragione fondamentale è la garanzia dei diritti
fondamentali di tutti, a maggior ragione quelli di chi sia, di volta
in volta, minoranza. Ma, fatte salve le caratteristiche di degrado
morale e civile del nostro paese, davvero vi sono differenze di
sostanza fra i modelli Bush, Berlusconi e Putin? Nella concentrazione
postdemocratica di potere economico e politico? Negli Stati Uniti mai
Berlusconi avrebbe potuto divenire presidente, ma è fatto di poca
consolazione se guardiamo al governo dei petrolieri Bush e Cheney:
sono varianti della medesima occupazione e del medesimo controllo dei
poteri pubblici da parte di poteri economici, finanziari e
tecnologici.
Radici della postdemocrazia.
I consumatori postcittadini assistono consensualmente al progressivo
sostituirsi del mercato capitalistico - divenuto "mercato" tout court-
alla politica e alla vita. E' il trionfo del diritto privato su
quello pubblico; sul piano sovranazionale è l'affermarsi di una
potente lex mercatoria prodotta dagli uffici legali delle grandi
Corporation, nel vuoto di diritto planetario.
Sarebbe interessante discutere se questo processo abbia una possibile
radice in uno dei vizi originari delle nostre democrazie
costituzionali: il non aver posto limiti all'arricchimento privato e
alla cultura acquisitiva, e l'averne addirittura fatto un diritto
assoluto (per quanto implicito) oltre che effettivamente garantito.
Tutte le nostre democrazie garantiscono cioè il funzionamento di una
società nella quale il singolo individuo può accrescere la ricchezza
personale senza alcun limite, almeno in linea di principio.
Al medesimo tempo è proprio il mercato capitalistico -ottimo e unico
sistema di produzione e distribuzione della ricchezza - ad esser
divenuto la fonte principale di legittimazione delle istituzioni
politiche: è il nuovo collante sociale, è la sostanza della
postdemocrazia e la fonte del consenso. Che poi la democrazia abbia
tratti autoritari è un fatto che diviene secondario e inessenziale.
Ciò che i postcittadini ricercano è prima di tutto l'assicurazione di
un certo grado di benessere, coincidente con il consumo privato, e la
possibilità di arricchirsi, elementi che devono essere
prioritariamente garantiti e ai quali possono essere sacrificati altri
diritti (prima di tutto quelli altrui, naturalmente, come dimostra la
produzione di un diritto speciale per gli immigrati). A questo si
somma la psicosi securitaria, dove la paura spinge a rinunciare
volontariamente a parte della propria libertà e dei propri diritti in
nome della sicurezza. E anche attorno alla paura la destra ha saputo
coagulare il suo blocco sociale, di massa.
Certo, il consenso ai tempi della propaganda fascista e il consenso
oggi, al tempo degli imperi televisivo-mediatici, si costruisce in
maniera diversa. Sembra definitivamente scomparsa ogni forma di
coercizione. Contemporaneamente i postcittadini sono sempre più
incapaci d'aver cognizione dei meccanismi attraverso cui sono portati
a volere ciò che vogliono o a sapere ciò che sanno. Il problema è come
si formano le opinioni, attraverso quali strumenti e con quale
coscienza del processo. Non è solo questione di agenda setting, è che
la produzione d'immaginario è divenuta un' industria vera e propria,
in grado di realizzare enormi profitti attraverso la trasformazione
dei nostri orizzonti simbolici. Si tratta dei modelli televisivi, dei
divi, dei miti e delle forme di vita che questa fabbrica di senso
veicola, per fare l'esempio più banale.
Se infine pensiamo che il postcittadino formerà le sue primitive
capacità critiche all'interno della scuola delle tre "i" (impresa,
internet, inglese), la postdemocrazia è servita. Lo studente delle tre
i dovrà imparare ad eseguire, non a decidere, perchè la postdemocrazia
è assenza di partecipazione democratica, è scelta fra opzioni già
predeterminate, è desiderio di decisioni rapide. Se il fascismo
storico è stato negazione della democrazia, la postdemocrazia non
coincide con la "non-democrazia", ma allo stesso tempo non è meno
pericolosa.